20 novembre 2022: Al via il Campionato Mondiale di calcio Qatar 2022 fra mille polemiche e scandali.

Ne ha inanellati parecchi di record questo mondiale di calcio, uno appresso all’altro, da dodici anni a questa parte, cioè dal dì in cui la FIFA, sconsideratamente, assegnò al Qatar l’incarico di organizzare il ventiduesimo Campionato del Mondo, lasciando tutti di sasso, tecnici e non, concorrenti e non.
Partiamo dal più eclatante: 11.500 km quadrati, questo dato sulla superficie del Qatar ne fa subito il Paese più piccolo ad esser stato insignito dell’incarico di organizzatore, dal 1930 ad oggi. Il dato diventa particolarmente significativo quando lo si mette in rapporto alla superficie del secondo Paese più piccolo, la Svizzera, 41.000 km quadrati, che organizzò la rassegna nel ’54. Tuttavia in questo ci sarebbe ben poco di allarmante. Anzi, c’é chi non senza argomenti spiega come un Paese piccolo e raccolto meglio si presti alle esigenze logistiche e agli spostamenti interni che i carrozzoni delle Nazionali devono affrontare da uno stadio all’altro durante lo svolgimento del torneo. Infatti la massima distanza che separa gli otto ultramoderni stadi di questa edizione non supera i settantacinque chilometri. Bene, “nulla quaestio”.
Si passi al secondo record allora: Il Qatar é fra i Paesi organizzatori quello che ha in assoluto la meno rilevante tradizione nello sport in questione. La Federazione calcistica del Qatar, (QFA) fondata nel 1960, fu riconosciuta dalla FIFA nel 1972, cinquant’anni fa. La South African Football Association fu costituita nel 1892, quella Sud-coreana nel 1928, la Giapponese risale al 1921, la Statunitense al 1913. Questo per citare i Paesi assegnatari certamente più poveri in termini di tradizione calcistica fino a questo momento.
Sono d’accordo, la passione sportiva di una giovane nazione non si misura attraverso in un paio di dati incrociati. La febbre di calcio di un popolo va testata con altri strumenti, e parte sempre dal basso… Sempre, tranne che in questo caso.
Secondo un sondaggio del 2016 pubblicato dal Ministero del Qatar per lo Sviluppo dello Sport, due cittadini su tre non hanno mai assistito ad una partita di calcio. Tuttavia il Governo non s’é mai arreso all’evidenza, e non é rimasto con le mani in mano, nel corso di questi anni: ha incoraggiato con iniziative encomiabili la promozione della sua piccola “Qatar Stars League”; fra queste la più eclatante é senz’altro l’assunzione stabile di “fake supporters” raccattati fra i lavoratori migranti per popolare gli stadi desolatamente vuoti che ospitano il campionato nazionale. Un dollaro l’ora a Indiani, Nepalesi, Pakistani e Bengalesi per sedersi sulle tribune la domenica col sole in faccia, a cinquanta gradi all’ombra, e gridare a comando: “forza Al – Saad!”, oppure “daje, Al Duhail!”.
Non stupisca il fatto: dei quasi due milioni di anime che popolano il piccolo Stato solo trecentomila sono cittadini dotati di pieni diritti. Il resto della popolazione é manodopera importata a bassissimo costo, ridotta in stato di schiavitù. Si può disporre di questo mare umano come meglio si crede.
Ma hanno fatto di più gli organi governativi che comandano il calcio in Qatar sotto la diretta influenza dell’Emiro per alzare la temperatura di questa autentica “febbre popolare” per il calcio: dai primi anni del nuovo millennio infatti la QFA foraggia i club iscritti alla lega nazionale con ben dieci milioni di dollari l’anno ciascuno, al solo scopo di convincere calciatori e quasi ex calciatori di prestigio a venire a provare il brivido di indossare la maglia di una loro squadra di club: Frank e Roland De Boer, Pep Guardiola, Gabriel Omar Batistuta e Raul, alcuni dei volti celebri del pallone che hanno nel corso degli anni deciso di sposare la nobile causa a suon di contratti milionari, “svernando” presso l’Emiro, deliziando la platea con gli sporadici colpi di coda delle loro ragguardevoli carriere professionistiche. Tanto basta e avanza, a quelle latitudini.
Peccato però che, nonostante gli sforzi, i dati sulla popolarità dello sport nel paese delle dune non hanno mai fatto registrare prodigiosi balzi in avanti.
Meglio non farsi sentire dal “Direttore delle operazioni di pianificazione del Paese Ospitante i Mondiali”, Aphrodite Moschoudi, che nel 2019 affermava con convinzione che “in Qatar tutto ruota intorno a questo sport”. Ha ragione la manager: in Qatar la parola “tutto” vuol dire “Emiro”, e certamente l’Emiro ha in grande considerazione il giocattolo del pallone. Dall’acquisto del Paris Saint Germain in poi la febbre dell’Emiro per il pallone é giunta alla fibrillazione atriale, tanto che il Sovrano fra giugno e luglio 2023 costringerà le Nazionali asiatiche a disputare la Coppa d’Asia a 45 gradi all’ombra, proprio in Qatar. Poveracci!
E questo ci porta al terzo record: il piccolo e giovane Paese che ospiterà i Mondiali nel 2022 realizza infatti in assoluto le condizioni climatiche più impraticabili per il gioco del calcio che la storia dello sport abbia mai messo agli atti. Le medie estive registrano in tutto il Paese picchi intorno ai 45 gradi con temperature percepite ben superiori ai 50. E questo parossismo che evidentemente dev’essere sfuggito ai commissari Fifa (anche se sappiamo che non é proprio andata così) porta dritto al primato successivo: per la prima volta nella storia dei Mondiali il torneo si svolgerà in inverno, fra novembre e dicembre. Il che vuol dire che tutte le competizioni nazionali del mondo saranno interrotte, pur di consentire al “parco divertimenti” di mettersi in moto. Poco male, purché si dia il fischio d’inizio, ad ogni costo, al primo campionato del mondo “air conned” della storia del calcio.
Già, perché lo spostamento del calendario verso la sessione invernale non basta. Occorrono 3,6 milioni di tonnellate di biossido di carbonio sganciate come una bomba H nell’ecosistema (il doppio rispetto al mondiale russo 2018, otto volte il bilancio di emissioni di Euro 2020), per scaldare il motore del mondiale dei record, anzi, per raffreddarlo. E non si tratta solo dei costosissimi e altamente inquinanti impianti di condizionamento d’aria che si sono resi necessari dentro gli stadi per garantire condizioni climatiche umane ai calciatori, ma degli 80.000 litri d’acqua al giorno che si serviranno per irrigare i campi da gioco e da allenamento, in un Paese che ha fonti d’approvvigionamento idrico praticamente nulle. Non c’é di che allarmarsi: provvederanno gli impianti di desalinizzazione della vicina Arabia Saudita, che solidalmente garantirà l’approvvigionamento al modico prezzo ecologico di circa 300.000 barili di greggio bruciati al giorno.
Tuttavia il Comitato Organizzatore si unisce ai vertici Fifa in un coro unanime e rassicurante: Qatar ’22 sarà il primo Mondiale “Carbon neutral” della storia. Significa che i trenta giorni della competizione avranno un impattosul clima “nullo o trascurabile”. Ed eccoci giunti al primo vero record fasullo. C’é da metterci la mano sul fuoco: il Qatar ha schierato un vivaio da oltre 425mila metri quadri complessivi che fornirà alberi ai parchi nei dintorni degli stadie prati per i campi da gioco e da allenamento. Questa “fabbrica del verde” è attualmente la più grande al mondo, e si sobbarcherà la missione di riportare in pari il bilancio delle emissioni macroscopiche di questi trenta forsennati giorni di giochi.
Lo farà entro i prossimi duecento anni. Questo il tempo stimato dalla “Carbon Market Watch” per riportare l’enorme impatto ambientale del mondiale a “break even”. Noi non ci saremo, neanche i nostri figli, e neanche i loro nipoti, ma qualcuno, lo garantisce il Comitato, un giorno, stapperà una bottiglia di Dom Perignon per festeggiare l’evento, all’ombra di un bel platano ficcato in mezzo al deserto, per innaffiare il quale si sarà inquinato due volte di più di quanto s’é fatto durante i Mondiali, sempre ammesso che ci sarà, allora, chi avrà ancora sotto i piedi un pianeta da calpestare.
Per fortuna ci soccorrono i principi ispirati che conducono la missione degli alti funzionari del calcio mondiale, secondo quanto l’articolo 2 delle Disposizioni Generali dello Statuto FIFA prescrive al comma b:
“(Missione della Fifa é) migliorare costantemente il giuoco del calcio e diffonderlo nel mondo tenendo in considerazione il suo impatto universale, educativo, culturale e umanitario, mettendo in pratica programmi di sviluppo rivolti in modo particolare ai giovani.”
Pertanto giù il cappello, il sacrificio sarà valso a qualcosa se presto, gettando l’occhio oltre la siepe di questo torneo, si potrà finalmente apprezzare un Paese attrezzato con infrastrutture adeguate per incentivare, promuovere e sostenere lo sport più popolare del mondo.
E invece no. Perché per la prima volta dal 1930 ad oggi, la Nazione che ospita il Mondiale (altro record!) sarà costretta a smantellare integralmente uno degli otto stadi e a ridurre significativamente la capienza degli altri sette. Le “cattedrali nel deserto” diventeranno presto “chiesette parrocchiali” che meglio si addiranno al modesto movimento calcistico nazionale durante i tempi ordinari dell’ “After World Cup”, con buona pace dei “programmi di sviluppo dello sport volti in modo particolare ai giovani”.
Per di più, nel novero dei costi sia finanziari che di bilancio ambientale, tutti quelli che le procedure di smantellamento delle strutture assorbiranno a torneo concluso non sono stati ancora messi a conto.
Si dovrà dedurne quindi che l’inverosimile massa di capitali bruciati sinora sull’allestimento di questo torneo sia ancora “partita aperta” destinata a registrare fortissimi rincari.
L’aggettivo “inverosimile”, se riferito al costo complessivo di “Qatar ’22″ che la maggior parte delle fonti mediatiche planetarie accreditano sinora, non pare per niente sprecato: 220 miliardi di dollari in dodici anni.
Pare inverosimile, questa enorme mole di finanze, se si pensa che corrisponde più o meno a sette manovre finanziarie nostrane, o all’intero PIL 2021 della Grecia, o ancora al totale della spesa sanitaria sostenuta del Canada nel 2019. Pare del tutto inverosimile, ancora, in considerazione del fatto che questi mondiali, di gran lunga i più costosi della storia, staccano con una distanza siderale i russi del 2018 (“solo” 14 miliardi di dollari), e quelli brasiliani 2014 (“solo” 12 miliardi).
Meno inverosimile pare l’importo però, se si fanno alcune considerazioni di basilare importanza, che rimettono definitivamente “la palla al centro”: al momento dell’assegnazione, infatti, nemmeno una delle carte che aveva messo sul tavolo il Qatar per aggiudicarsi il mondiale era in regola. Trasporti, infrastrutture, centri sportivi, stadi, tutto da rifare, o addirittura da fare “ex novo”. Nessuna di queste voci era “a norma”. Un Paese privo di stadi, di strade, di strutture per l’accoglienza, vince il Mondiale. Anche questo é uno dei record di Qatar ’22. Ai nastri di partenza il Comitato Organizzatore del torneo era praticamente a “ground zero”. E dunque, se solo per gli stadi, che rappresentano la voce di costo meno esosa, sono stati spesi circa 8 miliardi, va da se che strade, villaggi sportivi, reti ferroviarie, aeroporti, sicurezza e quant’altro si siano portati appresso una messe immane di investimenti che hanno fatto levitare i costi, appunto, sino all’inverosimile.
D’altronde se il solo stipendio da “Ambasciatore del Mondiale” di David Beckham si aggira intorno ai 180 milioni…
Dunque 220 miliardi di dollari e 6500 morti nei cantieri, dal 2010 ad oggi. Tanto é costato, sinora, il carosello planetario dell’Emiro. Dati provvisori, ovviamente. Eh si, perché anche il conto dei morti é una bozza che attende una più accurata definizione, e la stima del Guardian che ha di colpo acceso lo sdegno della comunità internazionale dei diritti non é che un primo grossolano tentativo di quantificazione.
In primo luogo l’inchiesta del quotidiano britannico risale al febbraio 2021, e quindi al macabro conto provvisorio dei “caduti” manca oltre un anno e mezzo di “guerra di cantiere”, e c’é da supporre per di più che il pezzo mancante sia stato proprio il periodo più febbrile dell’intero ciclo di rifondazione infrastrutturale del Paese, quello cioè più prossimo alla data di consegna. Inoltre i dati riferiti ai decessi dei lavoratori migranti nel Qatar che le agenzie governative hanno reso disponibili sono quelli di alcuni dei Paesi interessati dai flussi migratori verso il Qatar (India, Pakistan, Bangladesh, Nepal e Sri Lanka), non di tutti. Mancano all’appello le rilevazioni altrettanto significative di alcuni Paesi nordafricani, come il Kenia, e alcuni asiatici, come le Filippine. Un’ecatombe che supera di gran lunga il bilancio di vittime civili della guerra in Ucraina nei suoi primi sei mesi (circa 5000 morti).
Ora… Ipotizzando che tutte le gare della fase a eliminazione diretta del Mondiale finissero ai tempi supplementari si sarebbe giocato complessivamente per 6240 minuti. Questo significherebbe che il Mondiale sarebbe costato più di una vita umana al minuto. Il tempo di un contropiede lanciato da Messi, o di un’azione concertata finalizzata da Cristiano Ronaldo. Un minuto, un morto ammazzato.
Anche in questo caso dunque non si avrà difficoltà ad impalmare il Qatar con un nuovo record assoluto nella storia del calcio. Italia ’90 costò 24 morti bianche. Per citare invece le manifestazioni più recenti, Brasile 2014 ne registrò 44, mentre per Russia 2018 fu possibile accertarne 21.
In ciascuna di queste occasioni il Comitato Organizzatore riservò un tributo ufficiale, presidiato dalla FIFA, in occasione della partita di inaugurazione, ai lavoratori che avevano contribuito a rendere possibile, al prezzo della vita, lo svolgimento del Mondiale.
Ma questo in Qatar non accadrà. Per il motivo molto semplice che i morti ancora non esistono. O meglio, non sono esistiti per niente sino al 2015, quando presso Amnesty International le famiglie di quei padri, di quei figli, di quei fratelli, di quei mariti che non fecero mai ritorno ai loro Paesi d’origine, iniziarono a denunciare la scomparsa dei loro cari. Il Governo qatariota rispose allora al colmo dell’imbarazzo che i morti dal 2010 ad allora non erano più di una quarantina, e che erano “morti per cause naturali”, per infarto, nella gran parte dei casi. Dunque niente a che vedere, nella narrazione ufficiale, con i turni disumani di lavoro (dalle 14 alle 16 ore al giorno), con le condizioni atmosferiche proibitive, con lo stato fatiscente dei dormitori. E infatti neanche per quei quaranta “casi ufficiali” il Governo ha ritenuto di dover indennizzare le famiglie degli operai deceduti.
Ma la verità comincia a fare breccia come un’infiltrazione putrida nel muro immacolato e l’intonaco comincia a crepare.
L’ Huffpost infatti, il 29 novembre scorso, riferisce già che Hassan Al – Thawadi, Segretario Generale del “Comitato Supremo per la consegna e l’eredità del Qatar”, nel corso di un’intervista concessa al giornalista britannico Piers Morgan, “ha stimato che il numero dei lavoratori morti durante la preparazione del torneo é tra i 400 e i 500”. Dunque siamo passati da 40 a 500. Chissà che per la fine di questo Mondiale non avremo toccato quota 1000.
Il giorno prima del kick – off, durante la conferenza stampa di presentazione dell’evento, il Presidente della FIFA Gianni Infantino, che avrebbe preferito di gran lunga discorrere del nuovo pallone con il microchip interno che segnala in tempo reale il goal – non goal, com’era invece prevedibile, ha trascorso invece il 95% del tempo a sua disposizione ad occuparsi delle oramai ben note questioni, formulando una composta reprimenda contro l’ipocrisia tipicamente occidentale di chi “punta il dito” e giudica un Paese emergente che é in pieno sviluppo, e a cui va dato tempo per crescere e comprendere l’importanza dei diritti umani. Ha ricordato alla infaconda platea internazionale di giornalisti – spettatori le sue origini di figlio di lavoratori migranti italiani in Svizzera, ha proseguito con un “j’accuse” indirizzato verso noi Occidentali che dovremmo fare “mea culpa” per le nostre scorribande colonialiste in giro per il globo terraqueo, che sono state causa di ben peggiori abomini e scialacquamenti umanitari. E poi ha concluso dicendo che lui, uomo di sport e non di politica, in un mondo diviso auspica che il calcio finalmente unisca, che é poi uno degli slogan delle fasce che la FIFA metterà al braccio dei Capitàni delle Nazionali, durante il torneo: “No discrimination”, e poi “Soccer must unite”, ma soprattutto “No politics, just soccer”, che é davvero la più imbarazzante.

Gianni Infantino é chiaramente un politico del calcio che prova a fare discorsi da uomo di sport. Si siede in tribuna, però, lui, a fianco all’Emiro, mentre gli uomini di sport, quelli veri, vanno in campo e pensano a cantare l’inno forte e chiaro, a scambiarsi una stretta di mano con l’arbitro e con l’avversario, e poi per il resto del tempo fanno rotolare una palla sul tappeto verde. Quella stretta di mano é il massimo della diplomazia che si richiede ad un uomo di sport. Il resto lo fa la palla, che per novanta minuti e oltre indirizzerà la passione di milioni di anime d’ogni provenienza, fede, colore.
Il Presidente della FIFA é un politico che siede sul trono del calcio, e su quello scranno per tutta la vita ha desiderato insediarsi, eppure in tempi come questi avrebbe volentieri rinunciato dieci volte su dieci. Quello scranno scotta, e lui lo sa bene. Il posto é giusto, il momento é sbagliato.
É vero che in parte risponde di colpe non sue, ma al contempo non può arrogarsi meriti che non gli competono. Il miracolo lo fa la palla, la palla sola, ad ogni latitudine, in ogni tempo, continuamente, che rimbalzi dentro un campetto sterrato delle favelas o sopra l’erba – velluto del Bernabeu non fa alcuna differenza. La palla compie sempre il miracolo di unire, con o senza la benedizione auto – assolvente della politica del calcio. Azzera ogni sovrastruttura ed esclude tutto quello che c’é intorno. Incatena per un’ora e mezza gli occhi e i tempi cardiaci di chi siede sugli spalti. Per loro non esisterà nient’altro che quella palla che vola sul tappeto verde e una inspiegabile, inesauribile, folle passione fino al fischio finale. Dovrebbe saperlo bene, il Presidente, che in questa magia si scioglie il rito collettivo del calcio in forma di sciamanico sortilegio. Quella palla che corre sarà sempre il totem globale che tutti ammalia, non abbia dubbi, il Presidente. Il calcio unisce sempre. Lo fa da se, serve solo una palla.
Chi si tura il naso e tenta di dominare i sussulti dello stomaco in questi giorni di turni – qualificazione, partite thrilling a eliminazione diretta e prodezze balistiche di grandi campioni, caro Presidente, non se la prende con il pallone, ne tantomeno con l’Emiro del Qatar, che certo in fin dei conti avrà ottenuto quel che desiderava: mostrare la reputazione del suo Paese al mondo intero. C’é riuscito appieno, direi.
A questo proposito sarà il caso di puntualizzare che questo fantomatico “sport – washing” che riempie i titoli dei giornali non smacchia per niente il bucato, non funziona. Il calcio non ripulisce l’immagine di un Paese nemico dei diritti umani, non la rende moderna e accettabile agli occhi dell’opinione pubblica.
La pratica é vecchia e infruttuosa e non produce mai gli effetti sperati. Al contrario, scaglia sulla ribalta mondiale, alla luce impietosa dei riflettori ogni magagna, anche la più trascurabile, e la immortala, la fissa nella memoria collettiva di tutti, per sempre.
Non a caso chiunque, anche chi non c’era, come il sottoscritto, ricorda senza averli visti i Mondiali della vergogna, quelli organizzati nel “78 da un’Argentina addomesticata dai metodi spicci del Tenente Generale Videla. Nessun documentario su quella rassegna ometterà mai di menzionare la folle tragedia dei “desaparecidos” che quel potere dittatoriale tentò di nascondere sotto al tappeto proprio attraverso quella manifestazione sportiva. E poco importa che di quelle ignominie si ebbe piena contezza solo qualche anno dopo la fine del Mondiale, perché quel torneo sarà per sempre associato alla vergogna, allo scempio della repressione e alla violenza del potere dittatoriale. Lo sport non nasconde nulla, perché il sortilegio del calcio non dura mai più di novanta minuti, e il suo potere anestetizzante svanisce sempre al fischio finale.
No, chi critica il mondiale di calcio non ce l’ha con il calcio, ne con l’Emiro, ma con la politica del calcio, con la FIFA. Perché é la FIFA che ha autorizzato con aberrante, scelerata, fredda leggerezza il più empio dei record di Qatar ’22.
Con l’assegnazione del Mondiale al Qatar la politica del calcio ha marcato infatti un’oltranza, una linea oltre la quale ha gettato nuovi parossismi che la coscienza collettiva dovrà esser disposta a introiettare per continuare ad andare avanti. Questa volta, infatti, lo sport non s’adopera per mascherare disastri umanitari e ambientali di macroscopiche proporzioni. Lo sport, questa volta, n’é stato la scaturigine, la causa originaria e il fine ultimo. E questo, caro Presidente, non s’era davvero mai visto prima.
Cos’altro dovremo aspettarci di veder sacrificato sugli altari della cupidigia, dell’avidità, della politica?