Dies irae

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25 febbraio 2023: Muore Maurizio Costanzo

Una repulsione fisica, come una specie d’allergia, m’ha sempre tenuto a distanza sia dal personaggio che dalle sue prestazioni, che non ho mai esitato a definire insipienti e stucchevoli. E d’altronde l’impresa  di tenerlo alla larga é sempre stata utopistica almeno quanto quella dello scoglio che si adopera per arginare i flutti dentro la preclara canzone di Mogol, visto che il dottor Costanzo, (che Dottore non era), dacché sono al mondo, c’é stato ogni singolo giorno della mia vita, senza fallo, abusivo e placido, pasciuto e ben piantato sullo scranno, con la cartellina in mano e il baffo in resta. 

E questi primi giorni della mia esistenza che mi assicurano invece, una volta che si saranno finalmente disperse le messi di prefiche e le funamboliche iperboli oratorie asperse a profusione sulle sue esequie mediatiche, che non avrò più ad incontrarlo sulle pagine dei giornali, ne a vedermelo pararmisi innanzi sugli schermi, mi sollevano di un peso che ho portato in cuore per anni. 

E dal momento che questo sentimento di astio che mi abita da sempre m’inquieta non poco, visto che si perde come voce senza voce nel coro tragico di salmodianti che esaltano le straordinarie virtù del personaggio pubblico, ho cercato in queste ore di godermi anche solo un sibilo di vento avverso che si levasse, una voce pur flebile che battesse la lingua sul tamburo contro questa quiescenza conformista, contro queste pompose esequie di Stato. 

Non ho avuto molta fortuna. 

Il solo Aldo Grasso, il quale (deo gratias!) già “Costanzo regnante” non gli risparmiava mai le sue stilettate puntute, persino in queste ore nefaste segnate dalla pubblica contrizione, ha timidamente tentato d’indicare a questi incontinenti compilatori postumi delle “Res gestae Divi Constantii” tutto l’osceno corollario di squallori umani che il “telegiornalista” più potente d’Italia, affiancato dalla sua solerte ineffabile compagna, é stato capace di gettare nella ressa mediatica in trent’anni di reggenza incontrastata. 

“La verità? Il personaggio mi piaceva moltissimo, ma non mi piaceva la persona. Uno iscritto alla P2, uno che ha intervistato Licio Gelli, l’abbiamo rimosso? Sicuramente ha portato in Italia un genere nuovo, ma non sono mai stato entusiasta della sua televisione. Certo, era un grandissimo professionista ma la sua era una Tv da uomo di potere. Amico della sinistra e amico di Silvio Berlusconi, consulente di tutti gli uomini politici e anche delle principali imprese italiane, insomma aveva la capacità di tenere sempre il piede in più scarpe. Certo ha creato dei personaggi che sono sopravvissuti, ma ha creato anche dei mostri, nel senso di persone esaltate, fuori di testa, e proprio a causa delle apparizioni al Costanzo Show”.

Allevia un poco il mio turbamento la seconda parte di questa pacata e ritenuta invettiva, che certo contiene in larga misura la sua vis polemica solo perché l’infausta occasione lo richiede. Non ritengo tuttavia per nulla riprovevole l’iscrizione di Costanzo alla P2 di Gelli, nè ritengo che in alcun modo questa vicenda abbia condizionato il dispiegarsi del suo enorme potere di condizionamento. Ha probabilmente favorito le sue fasi iniziali, e certo il nostro eroe deve aver pur beneficiato di quelle illustri conoscenze, se ha avuto accesso, senza averne i titoli, alla conduzione di programmi Rai come “Bontà loro” e “Acquario”. Tuttavia c’é chi fa della questione, persino dentro le agiografie messe insieme frettolosamente questi giorni, la sua colpa più grave, anzi la sua unica colpa. 

Per quanto possa essere un fatto emblematico l’affiliazione a quel circolo recluso di potere di un uomo in auge quale Costanzo é più o meno sempre stato, dalla metà degli anni Settanta ad oggi, sono certo che in fin dei conti sia stata la Loggia a fregiarsi del trofeo molto più di quanto abbia fatto il Telegiornalista, anche considerando che la di lui capacità d’ influenza, nel corso degli anni successivi, crescerà a dismisura, molto più concretamente e con forme di conduzione ben più tangibili rispetto alle astruse millanterie congetturali che il Venerabile Maestro di Loggia andava propinando.

D’altronde l’indubbia intelligenza strategico-politica nelle alleanze, unita al pertinace presenzialismo dell’uomo avrebbero in ogni caso imposto il personaggio allo scialbo panorama del circo mediatico nazionale. Perché predestinato lo era. Quel presenzialismo irrefrenabile é la fenomenologia tipica del potere, che non conosce altro procedimento se non l’auto-preservazione e l’occupazione indiscriminata degli spazi, di tutti gli spazi. Chi ha queste carte da giocarsi prima o poi un tavolo lo trova.

Lavoratore instancabile, occupa ogni meandro della comunicazione di massa. É in radio, poi in televisione, poi sui settimanali, poi sui quotidiani; scrive libri, compare in numerosi caroselli pubblicitari. Non contento, scrive anche per il cinema e per il teatro, é autore di testi per la musica leggera, fa da ghost writer e consulente d’immagine all’ascesa di personalità politiche di primissimo piano, sia a Destra che a Sinistra, e cura le campagne promozionali per molte influentissime aziende d’ogni settore.

Se gli si può concedere d’essere il faticatore che tutti conoscono, sul piano invece della professionalità che profonde nelle sue iniziative ci sarebbe molto da discutere. 

Fa tutto male. Ovvero, fa tutto alla “Costanzo”. Esprime medietà e approssimazione in ogni disciplina: la sua prosa é dimessa e raffazzonata, ha un ritmo asfittico ed é del tutto priva di picchi e di respiro, e nonostante lui si adoperi a colorare d’aneddotica le sue interviste spesso avare di spunti d’interesse, il risultato é quasi sempre mediocre. Della vacuità dei suoi quattro o cinque libretti meglio non parlare. 

Si vota già a quattordici anni al buon cuore di Montanelli, con lettere accorate e melense che provano a rappresentargli in un italiano crepuscolare il fuoco interiore per il giornalismo che già divampa in lui. Si dichiara pronto a qualsiasi sacrificio pur di aver garantita la possibilità d’esprimersi e di dimostrare… Giunto quasi a pie’ pagina infine piazza la stoccata e chiede senza alcun afflato retorico d’essere assunto come corrispondente al Corriere per intercessione del Maestro. La cosa non avverrà mai, e Montanelli si limiterà a rispondere serafico: “se questa é la tua strada, figliuolo, vai!”. Lo chiamerà per tutta la vita “Costanzino”, e respingerà fino alla fine dei suoi giorni, molto cordialmente e con cortesia, i suoi inviti al “Maurizio Costanzo Show”.  

Insomma non é questa gran penna il nostro eroe, e allora passiamo alla sua arte prediletta, nella quale, tutti sono pronti a giurare, il giornalista eccelle: il talk show televisivo.  

Il suo stile di conduzione é spiccio e grezzo, e si spinge talora sin quasi all’impudenza. Le domande agli ospiti hanno sia il pregio che il difetto della semplificazione, che pare l’unica operazione concettuale della quale il conduttore sembra esser capace. E dal momento che i suoi ospiti sono sempre di provenienza eterogenea, e al centro del salotto, seduti sul divanetto si trovano affiancati l’attricetta in rampa di lancio, il politico di turno e il poeta ermetico che ha appena pubblicato, é inevitabile che il convivio scivoli presto nel qualunquismo buonista dell’esegesi dei luoghi comuni. In più, ciliegina sulla torta, il Maestro riserva agli ospiti una domanda filosofica e fatidica con la quale si congeda da loro, una domanda che intende calarsi introspettivamente dentro le loro coscienze e lambirne i recessi più insondati: “cosa c’é dietro l’angolo?”.  

Beh quantomeno si potrà stabilire con certezza da chi ha imparato Marzullo.

Conduce per la Rai “Bontà loro” dal ’76 al ’78, in un ambiente “domestico” modesto, che ricorda un salottino piccolo – borghese, e del tutto inopinatamente, all’inizio di ogni puntata, forse convinto che si tratti di una gran trovata scenica, armeggia con una finestra finta poggiata sul fondo della scenografia. 

Se ne trascina appresso parecchi di questi artifizi un poco beckettiani che lasciano spesso basiti perfino i suoi ospiti (le sedie vuote in scena, gli acquari, gli attaccapanni sul fondo dello studio…), ma sono del tutto scollegati dal filo del suo racconto scenico, e in fin dei conti non sembrano mai avere alcuna epistemologia. 

In realtà lo stile “domestico – familiare”, l’approccio del tutto informale e persino gli elementi d’arredo dello studio ricalcano abbastanza spudoratamente il “Johnny Carson’s Tonight Show”, che é in onda sulla ABC negli Stati Uniti già dal 1962. In Italia il talk – show é ancora un oggetto sconosciuto, e le tribune elettorali sciorinano un politichese del tutto astruso e involuto, mentre dall’altra parte i grandi palcoscenici dell’intrattenimento propongono stilemi “vecchia scuola”, di matrice per lo più teatrale – avanspettacolistica. 

Dentro questo scenario “retrò” la riforma del servizio televisivo pubblico che nel ’75 lottizza la Rai, ovvero spartisce i suoi tre canali alle lobby dei “tre partiti”, sembra scuotere dal punto di vista creativo e progettuale gli autori televisivi, aprendo loro nuovi spazi. Sono gli anni dei nuovi “format” di successo (si pensi a programmi innovativi come “Non stop”, “Portobello”, “Domenica in”, “Fantastico”), spesso, per l’appunto, importati dall’estero. Insomma, il momento giusto per inserirsi con idee nuove, seppure non originali. Il talk show é senz’altro un’idea nuova per l’Italia, e Costanzo ha una cartuccia da sparare. Ecco, da allora ad oggi una sola infatti ne ha sparata.

Lavora per la Rai fino a quando la sua affiliazione alla Loggia di Gelli diventa di dominio pubblico. Allora é costretto a virare verso nuove sponde. 

Gli si presenta nell’estate del 1982 la possibilità di condurre un programma sulla neonata Retequattro, allora della Mondadori. Dietro raccomandazione di Eugenio Scalfari si presenta a Carlo Gregoretti, responsabile della programmazione del network, il quale gli da “carta bianca” per un talk show politico che andrà in onda due volte la settimana. Ma il Tele-giornalista ha un’idea ben diversa che gli frulla in testa da tempo, del tutto innovativa, rivoluzionaria, come avranno modo di definirla in seguito: riproporre “paro paro” il talk show che aveva condotto per cinque anni in Rai, cambiandogli semplicemente nome. Dal momento che l’unica cosa che gli mancava di scopiazzare dal “Johnny Carson’s Tonight Show” era proprio il nome, lo chiamerà “Maurizio Costanzo Show”. 

Con sapiente mestiere il Maestro inizia a tessere le trame della contiguità alla politica riuscendo a mettere il suo spettacolo sempre a filo con la linea governativa, e nel frattempo continuando ad ammiccare sia a Destra che a Sinistra: per tutta la sua carriera s’é dichiarato uomo dall’animo progressista, tuttavia ha perpetrato fedelmente la linea ultra – aziendalista del suo editore. Campione di un berlusconismo legittimista, costruisce e sostiene al contempo la candidatura di Rutelli a Sindaco di Roma. Eppure negli anni Ottanta, in piena epoca CAF, il suo salotto era un pot-pourri di Democristiani che diedero voce alle proprie corride elettorali per ben 113 volte, collezionando ben 24 ore di presenza. Poi ovviamente fu il turno dei Socialisti, da Craxi sino a Ferruccio De Lorenzo.  Ha ospitato esponenti del PSI per ben 136 volte, per un totale di 25 ore di sproloquio. Giusto per avere un termine di raffronto, solo 34 puntate in dieci anni di Show ospitarono esponenti del PCI, per un totale di appena 8 ore di rappresentanza. 

Il futuro Ministro socialista De Lorenzo, in particolare, fu fatto oggetto di una vera e propria campagna elettorale dal palco del Parioli, una campagna dai toni accorati che si corroborò di ben 21 partecipazioni al Costanzo Show solo fra l’’88 e il ’93 per un totale di ben oltre 4 ore filate di comizi. Il conduttore avrà agio nel febbraio del ’93 di ricusare pubblicamente il suo supporto al Ministro Socialista appena travolto da una valanga di avvisi di garanzia e per questo costretto a dimettersi. Si scusò con i telespettatori, in quella circostanza, dichiarando che il suo sostegno a De Lorenzo era stato “uno dei suoi più grandi errori”. Ecco un altro tratto caratteriale del Tele-giornalista che le agiografie di questi giorni omettono di celebrare: la sua doppiezza. 

S’é accennato di come la sua iscrizione alla P2 non fosse di per se un fatto deplorevole, tuttavia deplorevole fu il suo comportamento quando il fatto venne alla luce del sole: prima negò di essere un iscritto, poi ritrattò “ob torto collo” confessando d’essere stato “un cretino” ad iscriversi; uno sputazzo senza remore diritto dentro il piatto che l’aveva ben nutrito. Non é un segreto infatti che le dichiarazioni dell’editore Angelo Rizzoli, suo fratello di Loggia ed ex datore di lavoro, quando il giornalista dirigeva “La domenica del Corriere”, lo avevano già pubblicamente sputtanato davanti alla Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla P2: 

“Posso dire che il giornalista Costanzo Maurizio entrò nel gruppo Rizzoli su precisa raccomandazione e segnalazione di Licio Gelli, il quale era in stretti rapporti con il predetto e alla cui carriera mostrava di tenere particolarmente”.

Del resto queste amare e costose ammissioni di colpa sono le ultime che Costanzo sarà costretto a pronunziare, perché la sua creatura targata Fininvest sta prendendo oramai il volo. Già alla fine degli anni Ottanta, sotto il patrocinio del Cavaliere, lo spettacolo é diventato un appuntamento quotidiano in seconda serata. I suoi connotati sono oramai ben riconoscibili. Il Maurizio Costanzo Show é il salotto televisivo più importante d’Italia.

Cosa sia questo piccolo e potente surrogato della eterogenea e slegata pastetta sociale italiana lo dice apertamente il suo autore in molte occasioni, allorché, intervistato, specie in questi ultimi anni, sulle ragioni del successo della formula, si é sentito sempre in dovere di semplificare ulteriormente quella semplificazione originaria attraverso il ricorso a metafore che, immagino, avrà addirittura ritenuto finissime sintesi della sua poetica: 

un “fritto misto”, lo definisce in un’occasione, lo “scompartimento di un treno nel quale si trovano incidentalmente a conversare diversi passeggeri che rappresentano l’umanità più diversa”, in un’altra circostanza, oppure ancora per riprendere il filone enogastronomico a lui caro: “un minestrone dagl’ingredienti più contrastanti e sorprendenti”.

A proposito di metafore, il succo é proprio questo: MCS é un porto di mare. Così lo descrive il critico televisivo Riccardo Bocca:

“apprendisti cabarettisti, bambini di Dio e di Satana, politici ladri e politicanti di ogni colore, malati di ogni virus ed età, naziskin in similpelle, gay a riposo e in esercizio, attori decaduti, cantanti da balera, zingarelle fratturate, viaggiatori solitari, ninfette vogliose, poeti disadattati, pennivendoli da classifica, magistrati d’assalto, militari a riposo, psicologi da strapazzo, e perfino alcune persone serie.”

Quasi tutti divorati dal sacro fuoco del presenzialismo e del commercio televisivo. A questo proposito, riflettendo sull’anima essenzialmente commerciale del prodotto televisivo che avanza, Enrico Ghezzi già negli anni Ottanta si esprimeva in questi termini:

“Se passi da Maurizio Costanzo a una televendita di padelle, orologi o tappeti, ti accorgi bene… che anche quello di Costanzo è un grande mercato in cui gli ospiti offrono il loro libro, il film, la propria faccia e tutti se stessi, perfino, per diventare star della Tv.”

Naturalmente oggi questo commento non ha niente di scandaloso e non farebbe arricciare il naso a nessuno. Ma pensandola col senno del poi si dovrà riconoscere proprio a Costanzo l’inizio di questa trasformazione del mezzo televisivo in mercato rionale di urlatori e cianfrusaglie. Chi la definisce una rivoluzione, e sono quasi sempre quelli che hanno beneficiato di quella vetrina a farlo, utilizza un eufemismo infingardo che nasconde il vero segno involutivo della svolta profittevole del mezzo televisivo. 

Intendiamoci, si potrà ben obbiettare che se é vero che lo spettacolo é il riflesso della “società dello spettacolo” e quindi non può esimersi di mostrare in modo impietoso il segno indefettibile della sua decadenza, si dovrà allora concludere che anche senza la partecipazione attiva e permeante del Tele-venditore Costanzo questa svolta involutiva non avrebbe tardato a manifestarsi fatalmente in altre forme… 

Sebbene l’obiezione mi trovi d’accordo in linea di principio, ritengo d’altra parte che questa configurazione dell’apparato – spettacolo come mera trasposizione scenica del depauperamento culturale di una civiltà rischi di trasformarsi tautologicamente in una sorta di condono posticcio rispetto alle responsabilità storiche del mezzo (o medium) televisivo su questo processo di decadimento culturale. 

Sarebbe più giusto infatti definire reciproco quel rapporto di influenza che i media e la società intrecciano in una sorta di perversa simbiosi sempre più serrata, che finisce per far coincidere i due interagenti in un’unica essenza ibrida. Se é vero che la società determina lo spettacolo, riconoscendogli i suoi consensi, infatti, non si potrà negare d’altra parte che lo spettacolo di rimando corrisponde una versione sempre più accessibile e massificata di se al fine di quei consensi riscuotere in misura sempre più estensiva. 

L’enorme, sconfinato potere di condizionamento che proprio sulle masse il prodotto televisivo esercita pedissequamente, metodicamente, dunque, si traduce in una proposta di sostituzione costante del prodotto mirata a raccogliere incassi, non solo in termini di consenso, sempre più plebiscitari. 

Ecco allora che il prodotto televisivo di grido si trova a dover lentamente e dolorosamente scardinare ogni singolo contenuto valoriale di una comunità, quando questo rappresenti un ostacolo alla sua colonizzazione, in base ad una pura e semplice logica di mercato. 

Ancora una volta sarà utile ricorrere alla massima hegeliana sul rapporto proporzionale fra la crescita quantitativa di un fenomeno e le conseguenze qualitative di questo incremento.

quando un fenomeno cresce da un punto di vista quantitativo non si ha solo un aumento in ordine alla quantità, ma si ha anche una variazione qualitativa radicale”

La natura qualitativa dell’incidenza dei media e di chi li conduce a dispiegarsi sulle masse dipende dal loro potere quantitativo, dalla loro capacità di insediare e presidiare capillarmente l’immaginario dei propri utenti.

Chi scrive non é affatto un assertore dell’immutabilità dei modelli sociali di riferimento, poiché questi non sono che codici convenzionali informatori della pacifica convivenza di una comunità, e quindi sono soggetti continuamente a svuotamento o a rivalutazione perché dipendono dai tempi, dal grado di evoluzione di quella comunità che li esprime. Se la storia non fosse stata un costante superamento di codici di comportamento verso la riaffermazione di nuovi parametri valoriali, la nostra civiltà non avrebbe vissuto alcuna evoluzione culturale.

Il problema del depauperamento dunque non dipende dal superamento di forme avite, che é un fenomeno insito nell’avvicendarsi degli eventi storici, di tutti gli eventi storici, piuttosto dalla elezione “qualitativa” di nuovi codici, e cioè letteralmente da “quali” nuovi codici si decide di elevare a modelli sociali di riferimento al posto di quelli decaduti. 

Ecco… In questo processo di mutamento delle scale valoriali i mass media, nel nostro Paese, hanno avuto la responsabilità, se non proprio la colpa, non solo d’aver condizionato le scelte in modo macroscopico, ma soprattutto di averle indirizzate verso l’elezione del “disvalore” a nuovo criterio di determinazione di modelli sociali di riferimento. Il risultato é un processo “pars destruens” inveterato lanciato senza freni sugli ultimi quarant’anni della nostra storia dei costumi.  

E di questo schema generale di colonizzazione del “disvalore” il Maurizio Costanzo Show é stato forse il massimo fautore, trascinandosi per oltre trent’anni dentro una spirale di progressiva degradazione della qualità del prodotto, e soprattutto, assurgendo a modello per tutti gli altri format d’intrattenimento italiani, anche quelli del servizio pubblico. 

Mettere dentro la stessa scena un Ministro, poi un poeta e ancora un cabarettista emergente, e costringere i loro diversi registri comunicativi a confluire dentro un chiacchiericcio informe da bar, o verso il qualunquismo dell’esibizioncella, o peggio dentro il folklorismo sensazionalista urlato, attribuisce un preciso coefficiente di disvalore a ciascuno di questi registri, che avranno al termine della trasmissione raggiunto nuovi livelli di adeguamento contrattati al ribasso. E via di seguito, il prezzo della prestazione di ciascuno di questi valori si abbassa man mano che si procede e il baraccone acquisisce consensi, di puntata in puntata, sino a giungere alla gratuità ed alla piena accessibilità per tutti, quindi, in definitiva, al loro svuotamento. 

Se poi la passerella del Parioli diventa l’unica rampa di lancio per vendere in tv la propria inconsistenza, e se questa sapiente opera d’esposizione merci s’ammanta d’una precisa autorevolezza culturale che incute un certo timore reverenziale nei confronti di chi la conduce assiso sullo scranno, allora lo show si trasforma davvero in una corrida di dilettanti al servizio del burattinaio, in uno spregevole mercato di bancarelle.  

E tutti passano attraverso quello stretto pertugio intasato e lordo, da Camilleri a Solange, da Gassman a Gabriele Cirilli, da Gino Strada al Mago Othelma, da Falcone a Cuffaro. Tutto mescolato dentro un circo mediatico che si trasforma gradualmente da contenuto a contenitore.

Se poi ancora per una imperscrutabile, oscura combinazione d’eventi il Pigmalione rischia di restarci secco in un attentato dinamitardo, allora é proprio fatta, perché sarà presto assunto a paladino “quasi martire“ dell’antimafia. Nulla più conteranno allora le sue amnesie in tema di collegamenti pluri-decennali fra il co-fondatore del suo gruppo – partito – azienda Dell’Utri e le Mafie dei Bontate, dei Riina, dei Provenzano, dei Messina Denaro, ogni volta che sull’argomento scottante é stato interpellato. Il Pigmalione avrà oramai circonfuso la sua tozza figura di un’aura etica e mistica tale da dispensare “vis” benefica urbi et orbi.

E mentre i contenuti si svuotano s’alza ancora il prestigio del Pigmalione, che negli ultimi anni della sua vita assurge al rango celeste di sacerdote del culto di massa, gran Maestro del giornalismo parlato, rivoluzionatore evangelico e “pater patriae” del piccolo schermo, e quant’altro d’ iperbolico si sente ventilare in questi giorni con strombazzamento di fanfare ad ogni piè sospinto. 

Quarant’anni d’abusi impuniti al senso estetico, di qualunquismo e vaniloqui onniscenti, omaggi a suon di balletti discinti di giovani e procaci danzatrici incolte tributati alla memoria del grande Giorgio Gaber, riedizioni postume criminose delle pieces di un irripetibile come Carmelo Bene, agghiaccianti caroselli di mostri non meglio identificabili che smutandano la propria ambiguità sessuale ai quattro venti, pruriginose inquisizioni pubbliche all’orlo della pedofilia sulle “prime volte” di attricette non ancora ventenni, e ancora ore ed ore di ciance scadenti e  incauti patrocini…

… Cos’altro ci lascia in eredità questo Maestro del telegiornalismo, oltre a quell’imponente, inarrestabile fabbrica di azzeramento cerebrale e bugie patinate che da oltre vent’anni annienta le sinapsi di vecchie lacrimose e imbelli adolescenti, quella Maria De Filippi, quella gigantesca nube d’evanescenza che caga giù senza posta pillole per l’abbrutimento culturale?

Nel 2003 Franco Maresco, che dell’osceno ha fatto un punto d’estetica, e dall’osceno ha saputo trarre una sua peculiare poetica, rifletteva così su questo sterminato circo di finti folli:

“Da un Paese che vede imperversare in televisione Maria De Filippi, (…) da un paese che va a confessarsi, a sputtanarsi, a non avere pudore, a raccontare la propria vita intima, la propria vita personale da Costanzo, da un Paese in cui i ragazzi hanno la De Filippi come punto di riferimento, cosa dovremmo aspettarci? (…) La metafora dell’Italia é proprio il Maurizio Costanzo Show, proprio quell’Italiano che sta lì a guardare questo programma, che finge di provare commozione un minuto prima e poi un minuto dopo ride per la battutaccia di uno dei cabarettisti che il signor Costanzo ci regala,  quell’Italiano la incarna. E la riflessione negativa é proprio sul fatto che il cinema, la letteratura, l’arte, gli intellettuali, non abbiano la forza morale di sottrarsi a tutto questo, e quindi di fare critica veramente (…) Forse non c’é più la possibilità, perché gli intellettuali e i politici, anche quelli di Sinistra, da mascalzoni quali sono, cercano al contrario in tutti i modi di essere ospitati. Non c’é gente che riconoscendo la responsabilità morale di questo mascalzone, semplicemente non sia andata a sedersi lassù (…). Da un Paese del genere non ci si può aspettare più nulla di buono.”