Dies irae

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Novembre 2022: La profonda crisi d’identità del Partito Democratico

Sbraita, sbuffa, giunge le mani e scuote il capo, sorride amaro, poi impreca persino contro se stesso e la sua inadeguatezza. Scalpita con ampie gesticolazioni cariche di irriducibile dissenso, ruggisce, di tanto in tanto. Quando non é inquadrato e ascolta le dissertazioni di altri opinionisti, solerti affabulazioni impietose nutrite di efficienza  analitica e inconfutabili dati elettorali, esprime una semiotica al tempo stesso risentita e battagliera. Non che questo comportamento costituisca di per se una novità, intendiamoci. Il Cacciari che assiste impotente al tracollo del Partito Democratico, e che presenzia nei talk show con la grinta voluttuosa  di un leone in gabbia, é sempre stato l’”anima candida” del suo partito. 

Ha sempre  contribuito con spirito polemico e verace passione politica al suo dibattito interno, partendo peraltro, raro esempio, da una riflessione schietta e onesta a forte carattere identitario. Il suo animo da artista bohémien, il suo afflato filosofico, l’aspetto da ritrattista fiammingo o forse da poeta futurista russo non fanno che enfatizzare questa sua indole che sembra addirittura, a tratti, del tutto inconciliabile con la politica. 

Vero é che nelle ultime settimane le sue esternazioni contro la debacle dei Democratici hanno assunto toni quasi apocalittici, spesso connotati da una brutalità impietosa verso il Movimento che, ad ogni modo, é bene ricordarlo, rappresenta pur ancora il 16% dell’elettorato, e si auto-incarica del ruolo di partito leader d’opposizione. Non si potrà però tacciare queste sue invettive di recentismo. Non sono certo insorte dentro i postumi di queste ultime disavventure elettorali. 

Il malessere di Cacciari é di lunga data, nasce già in seno a quel conglomerato di eterogenee correnti che nel 2007 conversero dentro ad un calderone disomogeneo e sradicato. “Un partito mai nato” lo ha definito il filosofo veneziano in più di un’occasione, volendo sottolineare sin dal principio l’assenza di un sostrato culturale profondo, capace di tenere insieme correnti dai fini a volte diametralmente opposti. Si pensi alla distanza che separa la corrente dei “Giovani turchi” da quella “Dem Dem”. Ma al di là di correnti interne e burrascose intemperie, il problema che Cacciari pone all’attenzione degli elettori é ancora più profondo, é un problema culturale. Per essere più precisi, parla di

“Una catastrofe culturale delle storie che si opponevano alla storia della Meloni”  (…) “io parlo della sconfitta di tutta la Sinistra, che non riguarda soltanto il PD, ma riguarda una cultura che viene da una tradizione social-democratica da un lato e cattolico – popolare dall’altro, che ha via via adottato nel corso dell’ultimo trentennio un punto di vista arcaico – liberista su tante questioni che riguardano le politiche economiche europee, le politiche internazionali. Questa catastrofe viene da molto lontano, dall’incapacità di rappresentare tutte le nuove forme di lavoro subalterno, che una volta, criticamente, si sarebbero definite “lavoro alienato”, forme che ci sono fra i giovani sottopagati, sottoccupati. L’incapacità completa di rappresentare costoro, e a livello sindacale e a livello politico. Tutto questo viene da molto lontano e non riguarda soltanto il PD, riguarda tutta la storia alla quale il sottoscritto, tra l’altro, con altri, é appartenuto.”

Trasmissione La7 “Otto e mezzo”, 07/10/2022

È un pensiero radicale, che nel senso più letterale dell’espressione riporta alle radici di un’etica social – democratica primigenia, intatta, ancestrale, pre e post ideologica. Non a caso il Professore indica  spesso a  modello il Partito politico più antico d’Europa, quell’SPD unitario e granitico nato sotto l’egida filosofica socialista di Lassalle, che in Germania riesce sempre a presentarsi come un blocco agli appuntamenti con l’elettorato, pur portando in seno una varietà ben assortita di provenienze politiche.

Perché alla base di quella unità d’intenti e di posizioni ci sono una costanza infaticabile e una coerenza con l’identità social – democratica che le nostre forze di sinistra post comuniste non sono più riuscite ad intercettare. C’é un’idea del welfare state che non sconfina mai nell’assistenzialismo, una capacità di rappresentanza delle classi subalterne inossidabile, che resiste alle spinte populiste e non si compromette con le posizioni “arcaico – liberiste” che in Italia invece hanno corrotto l’identità della Sinistra, spostandola su posizioni che non pertengono alla sua tradizione. C’é la concezione moderna e ragionata di un modello economico che accoglie le istanze liberiste, ma le sottopone al correttivo sociale senza ricorrere a clausure collettiviste. C’é un europeismo convinto che pure non é per niente allineato alle “politiche dei correttivi” ed all’austerity dei conti e degli economisti. 

In pratica, Cacciari chiede a gran voce al Centro – Sinistra italiano di tornare a sinistra. Perché più a sinistra del PD, paradossalmente, egli vede che i Cinque Stelle hanno saputo meglio interpretare  le istanze del tradizionale elettorato della Sinistra. 

Proprio con riferimento ai rapporti con i populisti ha sempre rimproverato ai vertici del PD l’incompetenza, la scarsa capacità di analisi e la mancanza di avvedutezza strategica che ha impedito in passato, agli albori del Movimento Cinque Stelle, di tentare di intercettare e addirittura assorbire quelle spinte riformiste. 

Se infatti da un lato il Professore ha sempre condannato l’inadeguatezza e la provvisorietà del Movimento di Grillo a rappresentare in modo organico e strutturato un’enorme fetta di elettorato, dall’altro lato non ha mai smesso di invitare i leader del PD a cercare se non un’alleanza, quantomeno un’intesa di massima che consentisse di abbracciare e rappresentare le loro istanze.

E chi scrive non trova in questo duplice atteggiamento nulla di contraddittorio. Cacciari é cresciuto dentro il partito, e nel partito crede. Ritiene che solo un partito organico, unitario, verticistico e strutturato possa procedere compatto e solcare il mare della politica. Solo un’organizzazione coriacea e disciplinata può incaricarsi di rappresentare efficacemente e in modo duraturo le pulsioni e anche le frustrazioni dell’elettorato. Ed in questo come non essere d’accordo con lui? Le posizioni anti – partitocratiche dei Cinque Stelle non sono forse già naufragate? E il loro tentativo di auto-classificarsi come via alternativa allo strapotere dei partiti non ha forse già realizzato la sua deriva nel momento in cui, forte del suo consenso elettorale, il Movimento ha dovuto accettare di aderire al gioco di alleanze ed apparentamenti forzati con altri partiti, pur di accedere alle leve del comando del Paese?

É un dato di fatto. La democrazia non ha ancora metabolizzato forme alternative ai partiti che siano in grado di presidiare efficientemente la rappresentanza dell’elettorato. Non resta dunque che implorare chi ha già una struttura di dotarsi anche di un’identità, imparando da chi ha già un’ identità ma manca di una struttura.

Non é un caso che il Professore chieda con gran forza al suo partito di rinascere dal basso, e di smetterla di riformulare continuamente i suoi vertici. Veltroni, Franceschini, Bersani, Renzi, Martina, Epifani, Orsini, Zingaretti, Letta, ben nove segretari in quindici anni di corso del partito non sono ancora riusciti a mettere il movimento in contatto con le sue basi. E anche in queste circostanze, a seguito di una delle più nette sconfitte elettorali della sua storia, Cacciari si dice del tutto indifferente al teatrino dei nomi, piuttosto spinge con forza una sola supplica: chiunque si siederà al posto di un Letta già dimissionario dovrà comportarsi come Occhetto, dovrà riformare il partito dall’interno, non escludendo la possibilità di sciogliere il PD e di rifondare una nuova formazione che inverta le lettere dell’acronimo in un più rappresentativo “Democratici Progressisti”.

Cacciari chiede alla Sinistra di tornare a fare la Sinistra, di abbandonare il sentiero centrista post-sovietico che l’orientamento bipolare della politica italiana e l’implosione delle forze di Centro avevano consigliato nel corso immediatamente successivo al crollo del Comunismo, perché quella non é la strada dell’idea social – democratica. 

Cacciari allontana la politica del centro – sinistra dai giochi della politica e del potere, dagli associazionismi e dagli inciuci che le hanno consentito in questi decenni una presenza, seppure alternata e discontinua, dentro i gangli governativi. Condanna le scelte pattizie con il Centro Destra e l’acquisizione di modelli che non appartengono alla tradizione della Sinistra, e rimanda invece al recupero di valori e sentimenti che un’anima progressista radicale deve imporre all’azione del partito.

La sua accorate prediche mi riportano con certa nostalgia ad un tempo non troppo lontano nel quale la politica ascoltava la voce degli intellettuali, perché la voce degli intellettuali riportava alla politica quelle inascoltate del loro popolo votante.

Riuscirà questa politica dei manager, degli economisti sovrani e dei sondaggisti arrembanti ad ascoltare quella voce?